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Pandemia – l’(ab)uso dei prodotti monouso ed impatto ambientale

Pandemia – l’(ab)uso dei prodotti monouso ed impatto ambientale

La pandemia e l’emergenza sanitaria hanno causato, inevitabilmente, un forte impiego di alcuni prodotti monouso con un conseguente impatto negativo sull’ambiente.

All’inizio della pandemia, quando tutto il mondo era rinchiuso in casa e ci giungevano le immagini degli animali che si riprendevano i loro spazi naturali, ci piaceva pensare che, nonostante la situazione abbastanza drammatica, ci fosse almeno la possibilità di ripulire l’ambiente. Effettivamente la stessa Agenzia Europea per l’Ambiente (European Environment Agency, EEA) attraverso lo sviluppo di un visualizzatore in grado di tracciare le concentrazioni medie settimanali e mensili di biossido di azoto (NO2) e particolato (PM10 e PM2,5) presenti nell’aria delle principali città europee, ha constatato una diminuzione delle concentrazioni di biossido di azoto, un inquinante dai mezzi di trasporto, proprio nelle città che avevano adottato il lockdown. Riguardo invece al PM2,5, non sono state rilevate importanti diminuzioni molto probabilmente perché la produzione di questo inquinante deriva da diverse fonti quali: la combustione dei combustibili per il riscaldamento domestico, delle attività commerciali, degli uffici pubblici e delle industrie, l’impiego di fertilizzanti, il traffico cittadino. 

Purtroppo oggi non possiamo assolutamente affermare che la pandemia abbia influito positivamente sull’ambiente.

L’emergenza sanitaria ha favorito un forte aumento dell’utilizzo di prodotti monouso con lo scopo di prevenire e proteggere la popolazione dal contagio consentendo di poter continuare a svolgere attività quotidiane ed anche lavorative. 

Mascherine, guanti, camici, visiere, tamponi ad altri kit utilizzati per lo screening del virus, vestiario vario impiegato da estetisti e parrucchieri per una maggiore protezione, sono alcuni esempi di prodotti monouso il cui consumo è aumentato drasticamente in seguito alla pandemia. A questi prodotti il cui utilizzo è finalizzato soprattutto a prevenire e contenere il contagio, vanno aggiunti anche altri prodotti monouso il cui consumo è aumentato come conseguenza di nuove abitudini della popolazione. Infatti con le varie chiusure e restrizioni per ristoranti e negozi, nonché quarantene per i contagiati, è aumentata la richiesta del cibo da asporto e l’acquisto mediante e-commerce con un conseguente aumento dell’utilizzo sia di contenitori monouso per il food delivery o il take away sia di imballaggi in plastica per il trasporto degli acquisti on-line . 

Il monouso di per sé è un prodotto inquinante perché, come dice la parola, dopo solo un impiego diventa un rifiuto; inoltre considerando la maggior parte dei prodotti sopra citati, oltre al fatto di essere “usa e getta”, sono anche costituiti di materiali per nulla ecosostenibili (soprattutto plastica), quindi il danno è duplice: 

1) si generano enormi quantità di rifiuti 

2) questi rifiuti sono indifferenziati pertanto possono essere smaltiti o in una discarica o in un inceneritore.

Sempre la EEA ha elaborato un briefing, supportato da un rapporto del Centro tematico europeo dell’AEA sui rifiuti e i materiali in un’economia verde (ETC/WMGE), che indica un sommario dell’impatto che i prodotti monouso come le mascherine, i guanti e i contenitori in plastica utilizzati per il food delivery e per l’imballaggio dell’e-commerce hanno determinato sull’ambiente e sul clima nel periodo di aprile-settembre 2020, con lo scopo di identificare possibili azioni da intraprendere per ridurre effetti negativi.

Impatto ambientale dei dispositivi di protezione monouso

Il consumo di dispositivi per la prevenzione e la protezione come le mascherine chirurgiche, le FFP2 e i guanti è aumentato non solo nell’ambiente medico-sanitario ma anche tra i cittadini, a causa delle varie disposizioni legislative. L’impatto negativo sull’ambiente è elevato per diversi fattori:

  • approvvigionamento delle materie prime
  • produzione
  • trasporto per l’importazione e l’esportazione
  • trattamento dei rifiuti indifferenziati.  

In Europa le mascherine e i guanti monouso vengono conferiti o nelle discariche o negli inceneritori. Tuttavia, il problema maggiore che si è riscontrato fin dall’inizio della pandemia è la dispersione volontaria di mascherine e guanti nell’ambiente da parte dei consumatori, tanto è vero che oggi ci siamo abituati a vedere non solo cartacce, mozziconi di sigaretta o bottiglie di plastica ma anche mascherine e guanti lungo il ciglio di una strada, in un parco, in spiaggia. Secondo gli esperti, gli effetti negativi di questo scenario sono preoccupanti soprattutto per l’ambiente marino tanto è vero che mascherine e guanti sono ora inclusi come elementi da segnalare nel monitoraggio dei rifiuti marini

Un ulteriore problema secondo gli studiosi è associato anche alla formazione di microplastiche causata principalmente dalla degradazione delle mascherine costituite da tessuti sintetici quali polipropilene e poliestere. 

Il rapporto ha inoltre evidenziato che per le mascherine chirurgiche ad avere l’impatto maggiore non è tanto la gestione dei rifiuti ma bensì la produzione, che avviene maggiormente in Cina, ed il trasporto per l’esportazione e l’importazione in Europa. I dati indicano che, nel periodo preso in esame (aprile-ottobre 2020), l’aumento del consumo di mascherine chirurgiche ha determinato emissioni di anidride carbonica superiori ai livelli normali (+ 2,4-5,7 milioni di tonnellate di CO2eq pari a +118 %). 

A questo punto ci chiediamo quanto possa essere importante iniziare a studiare, analizzare mediante approcci di Life Cycle Assessment (LCA) e sviluppare delle strategie anche tecnologiche in grado di limitare un uso eccessivo di questi dispositivi altamente impattanti per l’ambiente, rendendo, ad esempio, possibile un loro utilizzo n volte e non più solo ed esclusivamente “usa e getta…e inquina”.

Riferimenti